Psicologo e Psicoterapeuta
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L'amicizia
Nel Protagora, Platone, ci racconta che Zeus aveva incaricato Epimeteo (Quello che viene dopo, L’improvvido) di attribuire ad ogni specie animale qualche virtù (intese come forza, come capacità). A tutti i viventi egli concesse qualità in abbondanza ma, giunto all’uomo, non ne aveva più disponibili. Zeus allora, mosso a pietà, incaricò Prometeo (Colui che pensa in anticipo) affinché rimediasse in qualche modo. Egli rubò ad Efesto e ad Atena la loro sapienza tecnica e concesse all’uomo di anticipare mentalmente gli esiti dei suoi atti, di progettare il futuro. Inoltre, Prometeo rubò il fuoco agli dei per donarlo agli uomini (cosa per la quale verrà duramente punito). Tuttavia, lo stesso Zeus si avvide che l’uomo non possedeva il senso di giustizia.
Armati e astuti, i mortali erano così condannati a lottare e a uccidersi tra di loro. Fu lo stesso Zeus a cercare di rimediare a tale errore, concedendo a tutti la virtù politica affinché potesse affermarsi e prevalere, nel mondo degli uomini, il senso di giustizia.
In questo mito, ovviamente non vero ma certamente assai istruttivo, sono contenuti spunti di riflessione profondi sulla natura umana.
Emerge qui, con grande chiarezza, che siamo una specie fragile, poco dotata di forza, di velocità, priva di artigli e certamente meno prolifica di altre specie deboli che si salvano grazie al numero enorme di progenie. Dunque, abbiamo solo le capacità tecniche (tra le quali prima per cronologia ed importanza è certamente il linguaggio) e l’aiuto reciproco come strumenti efficaci per sopravvivere nella lotta per l’esistenza. La natura è rumorosa ma al contempo muta ed è solo con l’uomo che essa accede al concetto. Per suo tramite, le creature umane solidarizzano per ricercare con possibili forme di accordo, un utile mediato dalla comunicazione, dal linguaggio. Per Aristotele siamo animali sociali e politici e dal gruppo deriva buona parte della nostra forza. Un uomo senza amici è un uomo che sta male. Degli amici abbiamo bisogno per condividere le paure, le angosce ma forse, ancor più, per assaporare veramente e profondamente le gioie.
“Nemmeno un amico con cui condividere tanta bellezza” dice Goethe in prossimità dal lago di Garda, durante il suo viaggio in Italia. Goethe sta male, è disperato perché, in quel momento, per lui magico, non ha chi lo ascolti come lui vorrebbe. Per donare parole e ricavarne emozioni ci deve essere “per forza” qualcuno che ascolti e che sappia capire. Vogliamo condividere le gioie!
Ma è altresì vero che, come ci ricorderà Hobbes nel XVII secolo, l’uomo, guidato dalla bramosia naturale, è insaziabilmente egoista e finisce per essere troppo spesso lupo verso gli altri uomini. Ogni uomo cerca di avere per sé tutto ciò che può raggiungere e cerca di averlo al massimo grado, senza curarsi degli altri.
Dunque, possiamo chiederci, siamo animali sociali o antisociali, siamo benevoli o malevoli per natura?
Direi che possiamo concordare con Kant parlando della insocievole socievolezza umana. Siamo socievoli per natura perché l’uomo non ha senso e non può sopravvivere da solo ma i modi di questo nostro stare assieme sono spesso conflittuali, competitivi fino a diventare, sovente, violenti e prevaricatori.
C’è nel nostro desiderio, nel bisogno degli uomini di stare assieme, un istinto agonale, che ci porta ad essere in definitiva in perenne contesa con l’altro. Si tende quasi inesorabilmente a stabilire gerarchie e a ricercare il potere, sotto ogni forma e declinazione. Il potere piace perché sembra rendere possibile ogni cosa, dilatare le nostre possibilità e potenzialità ma più di ogni altra cosa sembra poter allontanare le minacce, i pericoli e renderci vincenti difronte ad essi. Forse lo ricerchiamo così ostinatamente per coltivare l’illusione di poter vincere persino la morte. Dunque, si può ritenere che, paradossalmente, si faccia la guerra (in una smania smodata di allargare il proprio potere) per paura della morte, per sottrarci ad essa: appropriandoci di nuovi brandelli di “potere”, coltiviamo la folle e segreta speranza di vincere l’ineluttabile destino che attende la nostra finitudine.
Kant riteneva che proprio passando attraverso la conflittualità della storia e l’irragionevolezza della guerra gli uomini avrebbero prima o poi raggiunto uno sviluppo tale da consentire la costruzione di un organismo sovranazionale che avrebbe reso possibile una società umana delle nazioni con cui realizzare la convivenza pacifica (quella che definì “pace perpetua”).
Si noti tuttavia la tortuosità del percorso: il trionfo della socievolezza può realizzarsi solo passando attraverso l’irrazionalità e i dolori prodotti dall’insocievolezza.
È all’interno di questo scenario umano estremamente complesso e contraddittorio che dobbiamo collocare l’esperienza dell’amicizia e i diversi modi che permettono il suo sviluppo.
Aristotele giunse a suddividere l’amicizia in tre classi diverse e capì che la forma più alta e rilevante di essa la troviamo solo nell’ultimo gradino di questa scala ascendente.
Un primo modo dell’amicizia è quello della solidarietà per bisogno, per una sorta di utilità che ci spinge ad essere alleati prima nella lotta contro le fiere e la natura e poi nella lotta contro gli altri uomini. La lotta talvolta disperata per la sopravvivenza ci spinge ad essere uniti, empatici e da tutto questo può sgorgare, fortissima, una prima forma di legame. Il bisogno ci accomuna, la sciagura ci rende solidali ma, come si può intuire, il pegno di questa amicizia è il prevalere di un principio di prossimità che individua con chiarezza gli amici ma altrettanto ineluttabilmente, al di fuori del perimetro da noi delineato, colloca i nemici. La benevolenza si indirizza, forte e sincera, verso alcuni ma il costo è la malevolenza verso gli altri! Un esempio assai noto di questa spinta alla solidarietà, all’amicizia e alla benevolenza reciproca sono stati i legami sviluppati dai soldati nella “Grande Guerra” durante la penosissima esperienza della trincea.
Ma in genere, progressivamente, la tensione agonale di cui dicevamo si ripresenta anche nel gruppo da noi amato e considerato amico e finiamo per delineare cerchi di benevolenza sempre più ristretti, dettati ancora dal principio di prossimità con cui distinguiamo il “noi”, da proteggere con la nostra sincera benevolenza, dall’alterità nemica e ostile. Pensiamo agli scismi nelle chiese, alle scissioni nei raggruppamenti politici, ai tentativi di secessione in realtà statali un tempo unite e coese.
Nei giovani questa tipologia di amicizia diventa l’amicizia del gruppo, che può diventare la banda, l’orda, dove ci si riconosce e si viene riconosciuti solo se si odia abbastanza e si combatte chi non è come noi, chi non si è omologato. In questa declinazione dell’amicizia su base utilitaristica vi è spesso molto conformismo, ottusità e talvolta aggressività. Si protegge chi ci è simile per essere, a nostra volta, protetti e sentirci così forti e sicuri.
Questa amicizia scaturisce dalla fragilità umana e può risultare, nella vita, utile, alle volte persino preziosa e sincera ma limitata e in ultima analisi, piuttosto pericolosa perché tende ad alimentare infinite conflittualità.
L’amicizia per bisogno, infine, è molto diffusa tra le persone avanti negli anni, giacché gli uomini, con il calare delle forze, perseguono non tanto il piacevole quanto l’utile per una sorta di istinto di conservazione. Pensiamo ad esempio all’anziano che si lega, con un forte legame di affetto e di riconoscenza, alla propria badante perché ne ha bisogno e sente quanto questa sia importante per lui e per la sua stessa speranza di sopravvivenza.
Va ricordato, infine, che l’amicizia di questo primo tipo può avere un altro lato negativo: quando gli amici iniziano a ritenere di non aver ottenuto, dal partner, in giusta proporzione a quanto è stato a lui elargito, possono finire in una spirale di accuse e contro accuse. Insomma si può assistere ad una ostinata e dissonante valutazione del “chi ha dato di più?” facendo così scadere l’amicizia al livello di un mercimonio deludente e prosaico.
Vi è poi una seconda tipologia di amicizia basata sul piacere. Essa è assai diffusa tra i giovani perché sovente, i ragazzi, si scelgono e si selezionano nella ricerca di massimizzare le occasioni di divertimento e di piacere.
I giovani si possono scegliere per valutazioni di comodo che rimandano alla possibilità di essere invitati in gruppi esclusivi, in piscine o in discoteche che fanno tendenza, in ritrovi ricercati al mare o sulla neve, al fine di massimizzare le possibilità di divertimento e di essere considerati “fighi”, alla moda, desiderabili e alla fine per avere un qualche tipo di successo sociale.
Tra i vari tipi di piacere che spingono all’amicizia si deve ricordare anche il piacere che il superiore ricava dal suo rapporto con l’inferiore, che il leader ricava dall’avere dei seguaci ed il piacere correlato, dei sottoposti, di essere amati e riconosciuti dal capo, di essere magari i suoi preferiti.
Anche il piacere sessuale può essere una buona motivazione per diventare “amico” di qualcuno, proprio per i piaceri che il corpo e le attenzioni dell’altro possono regalare.
Come si può facilmente constatare l’amicizia generata dalla ricerca del piacere si può sviluppare anche verso chi sia moralmente discutibile a patto che i piaceri ricercati siano offerti e goduti come desiderato. Ancor più estremizzando questa tipologia di amicizia possiamo rinvenirla in coloro che ricercano i piaceri effimeri delle “sostanze” e che trovano utile avere tra i loro “amiconi” un buon spacciatore sempre disponibile e che faccia dei buoni prezzi.
Come abbiamo ricordato precedentemente, queste due categorie di amicizia (per bisogno e per piacere) sono solo i due gradini iniziali di una scala ascendente che può sollevarsi verso ben altre vette.
Le prime due forme possono evolvere nella terza ma, detto questo, è utile, a scopo didattico, per poterle illustrare chiaramente e schematicamente, mantenerle concettualmente distinte.
La terza tipologia di amicizia, quella più alta e più vera, si sviluppa sulla base dell’aretè, della virtù.
Come abbiamo visto le prime forme di amicizia si possono benissimo rivolgere anche verso persone cattive o eticamente discutibili mentre la terza implica il riconoscimento del valore (innanzi tutto morale ma anche intellettuale) del nostro partner. Quando si è di fronte, in un comportamento, in un atto, in una strettoia della vita, alla grandezza di un uomo o si risponde con risentimento ed invidia negando in qualche modo i suoi meriti o, se si ha un’anima altrettanto nobile, non resta che riconoscere e ammirare lealmente colui che ha palesato la sua alta levatura cognitiva e/o morale. Non resta che amare la virtù per la virtù, nella somma libertà, al di là di ogni confine.
Ti sono amico perché ti ammiro e ti ammiro perché sei un essere umano che come me ti sforzi al bene, un bene che può andare anche al di là del tuo interesse e del tuo piacere.
Non ti voglio bene perché mi fai comodo, o perché mi dai piacere, o perché sei ricco e mi puoi essere utile, ti voglio bene perché ammiro le tue virtù umane, con cui mi piace entrare in contatto.
Ti amo per il tuo aspirare, in quello che fai, alla perfezione e dunque dai voce, come diceva Aristotele a quello che di divino giace dentro di noi.
Come essere simili al Dio, come avvicinarci alle vette dell’ideale umano?
Sviluppando instancabilmente e coraggiosamente la facoltà critica e autocritica dentro di noi, ricercando onestamente e senza vanagloria la saggezza, la capacità di distinguere il bene dal male e rimanendo disponibili ad arricchire gli altri condividendo con loro le nostre domande, le nostre riflessioni e le nostre virtù.
L’uomo che esercita il pensiero, che usa lo strumento della parola, della presa di coscienza, della libera valutazione, liberandosi il più possibile dalle altre passioni e mette queste sue riflessioni al servizio di altri uomini come lui liberi, sinceri e onesti può sperare di sviluppare, durante questo incontro con essi, la forma più alta di rapporto amicale.
Ho sperato da giovane, e credo con forza tuttora, che il nostro scopo più alto, consista nel tendere sempre più verso le vette altissime che si aprono difronte ai nostri sguardi e ai nostri cuori di uomini liberi, di amici sinceri, prometeicamente innamorati dell’umanità e partecipi entusiasti del suo infinito cammino.
Vogliamo capire il mondo
Il prodigio della nascita della filosofia nell’antica Grecia contiene già, in sé, alcuni dei nodi concettuali che produrranno, all’interno del cammino filosofico, quell’ulteriore meraviglia della razionalità umana che chiamiamo scienza e con la quale, solitamente, intendiamo la scienza galileiana, la scienza sperimentale e quantitativa che così profondamente impregna di sé la modernità. Ovviamente la scienza galileiana non ha potuto soppiantare completamente le due forme antecedenti di rappresentazione e spiegazione della realtà.
Come ci insegna Popper: “Tutta la vita è risolvere problemi”!
Infatti, come ben sappiamo, la realtà complessa nella quale siamo chiamati a vivere ci obbliga incessantemente a soddisfare questa necessità innanzitutto di ordine pratico.
In realtà la grande differenza cognitiva tra umani e animali risiede nel fatto che gli uomini hanno iniziato a dubitare che le informazioni, ricavate dai sensi, siano esaustive della realtà.
Il mondo sensibile ci va stretto e abbiamo capito che le nostre percezioni sono feritoie assai limitate che forniscono indizi preziosi ma parziali sul mondo.
Filosofia e scienza
di fama mondiale, (noto al grande pubblico per aver dato ai “buchi neri” il loro nome
così suggestivo) che col tempo ho imparato sempre più ad apprezzare: “La filosofia è
una cosa troppo importante per essere lasciata ai filosofi”.
Credo tuttavia che questa condivisibile affermazione vada adeguatamente completata:
anche la scienza è davvero troppo importante per essere lasciata agli scienziati.
I due ambiti del sapere si incontrano, si incrociano, si fecondano vicendevolmente.
Vorrei per inciso ricordare che la necessità di inserire la nota costante gravitazionale
nella “Relatività Generale” nacque in Einstein dalle sue concezioni filosofiche
sostanzialmente Parmenidee e che nel 1905, sempre Einstein, col suo articolo sul moto
Browniano, andò a dimostrare, rendendola scienza, una concezione filosofica,
l’atomismo, partorita oltre 2000 anni prima ad Abdera da uno dei giganti del mondo
classico, Democrito. Insomma questi paradigmi conoscitivi si intrecciano
inesorabilmente, inestricabilmente, talvolta persino ostacolandosi, comunque
condizionandosi.
Innanzi tutto credo si debba tornare a riflettere su un termine, filosofia, che talvolta
sembra un po’ desueto nel panorama culturale, pragmatico e frettoloso, del nostro
tempo dove, sovente, sembra che la filosofia possa essere considerata un retaggio del
passato, qualcosa di bello e di nobile ma ormai superato e quasi anacronistico.
Verso la scienza invece, specialmente in Italia, si percepisce una evidente diffidenza
se non un’esplicita ostilità.
Tra i motivi di diffidenza verso la scienza, oltre allo storico conflitto con le autorità
religiose, vi è certamente il ritenere che essa sia un castello di conoscenze rigido,
inespugnabile e arrogante, che pretende di sapere tutto e di potere tutto.
Ma la scienza non è questo, anzi, è esattamente il contrario!
Essa è un insieme di domande, di chi sa quanto sia ampia la propria ignoranza e che,
proprio a partire da questa, si interroga incessantemente per colmare le proprie lacune.
A me sembra che sia proprio questa attitudine dubitativa che più di ogni altra segnala
la parentela strettissima tra la filosofia e la scienza.
Galimberti ci dice: “La filosofia è un atteggiamento. L’atteggiamento di chi non smette
di fare domande e di porre in questione tutte le risposte, anche quelle che sembrano
definitive!”
Direi che la scienza eredita innanzi tutto proprio questo dalla filosofia, il socratico
“sapere di non sapere” ma invece di accettarlo passivamente, come lungamente fatto
nei secoli bui del medioevo, o di bearsi della propria ignoranza confidando in altro per
risolvere i problemi, essa cerca di reagire, si appassiona nel cercare le risposte che,
tuttavia, sa essere temporanee e perfettibili. Ovviamente, come ci insegna Popper, le risposte rinvenute, anche se in alcuni casi potranno rivelarsi corroborate e longeve, non
potranno mai ritenersi definitivamente verificate.
Insomma non è mai legittimo presumere di possedere la certezza di aver raggiunto la
verità.